Questa è la storia di Asha e della sua famiglia e di un momento di gioia che si è trasformato nell’ennesimo ostacolo da superare. Ma è anche la storia di Anna che, nonostante le difficoltà, non si ferma davanti agli ostacoli burocratici e continua a mettere le persone al centro del suo lavoro.

 

 

Da marzo, i nostri Team mobili sanitari e di protezione sono attivi nella città di Roma per offrire sostegno ai più vulnerabili che, a causa dell’emergenza sanitaria, hanno visto crollare molte delle poche certezze che avevano. In questi mesi abbiamo incontrato tante persone con storie e fragilità diverse; molte di loro hanno subito le conseguenze indirette del virus, hanno perso i loro mezzi di sostentamento e sono state costrette a fare un passo indietro nel difficile percorso che tutti i giorni portano avanti per cercare di uscire dalla marginalità in cui vivono. Abbiamo dato loro voce con il report “L’altra emergenza di Roma” che raccoglie i dati raccolti in questi mesi di lavoro e fotografa i vuoti di accoglienza nella Capitale d’Italia.

Asha ha 23 anni, viene dal Bangladesh e vive a Roma con suo marito e i suoi due bambini di 1 e 2 anni. Alla fine di maggio Asha ha dato alla luce il suo terzo bambino in un ospedale di Roma. Una nascita in un periodo così complicato è una gioia ancora più grande, ma Asha e la sua famiglia non hanno più la serenità che avevano quando hanno deciso di avere un altro bambino. Con l’inizio del lockdown, infatti, il marito ha perso il lavoro per tagli al personale e si sono ritrovati in mezzo alla strada. Hanno allora cercato aiuto tra i loro conoscenti finché una moschea non ha accettato di dar loro ospitalità, ma solo per la notte.

Per fortuna in quell’ospedale lavora Anna, la referente del servizio immigrazione, che osservando quel papà che tutti i giorni va a trovare la moglie insieme ai loro due bambini più grandi, nota immediatamente il loro aspetto trasandato e in poco tempo scopre la loro storia.

Anna sa bene di non poter dimettere Asha e il suo bambino appena nato in queste condizioni, così si attiva per trovare una struttura che accolga tutta la famiglia, ma si trova la strada sbarrata: le accoglienze a Roma sono sospese a causa dell’emergenza sanitaria, non ci sono posti per questa famiglia. Non si dà per vinta Anna e riesce a trovare posto in una struttura del circuito diocesano. Per proteggere i propri ospiti però la struttura richiede un tampone negativo di tutta la famiglia. Asha e il più piccolo possono farlo in ospedale, ma come si fa per il papà e per gli altri due bambini? È allora che Anna ci contatta, chiedendoci aiuto.

Ci attiviamo subito per ottenere i tamponi necessari e l’inserimento in una struttura dove la famiglia possa attendere il risultato. È una trafila lunga e difficile, solo dopo svariati passaggi e grazie al supporto di alcuni contatti che abbiamo raccolto sul territorio, riusciamo a ottenere in via eccezionale l’inserimento in una struttura.

Accompagniamo subito il papà e i due bambini nella struttura e Asha e il piccolo li raggiungono appena dopo esser stati dimessi. Ora stanno aspettando lì la fine dell’isolamento e finalmente potranno essere accolti nella struttura trovata da Anna.

Questa storia ha un lieto fine, ma purtroppo non è la normalità. Senza la tenacia di Anna e la fitta rete di solidarietà che si è creata negli anni nella capitale, questa famiglia oggi sarebbe tornata per strada insieme a migliaia di altre persone vulnerabili. C’è sempre più bisogno di prassi certe da seguire per proteggere i più fragili, soprattutto in un momento di emergenza sanitaria.

 

Scarica il report L’ALTRA EMERGENZA DI ROMA

 

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