Nel Paese più popoloso dell’Africa, dove quasi 8 milioni di persone necessitano di aiuto umanitario, i casi di contagio da COVID-19 aumentano rapidamente, soprattutto dove applicare le misure di sicurezza e prevenzione è praticamente impossibile.

 

 

La Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa, circa 206 milioni di persone vivono in un territorio di 923.769 Km², con una densità abitativa di 223 ab/ Km². 

Questo è lo scenario che il 25 febbraio ha accolto l’arrivo della pandemia COVID-19, quel giorno viene registrato il primo caso di un paziente affetto dal virus. Da quella data in poi la diffusione è stata inevitabile. Oggi sono 13.464 i casi confermati di COVID-19 in 36 stati. 

In Nigeria il numero di persone che necessitano di assistenza umanitaria urgente nel nord-est del paese è aumentato da 7,1 milioni del 2019 a 7,9 milioni nel 2020. Altri 3,8 milioni di persone vivono in una condizione di insicurezza alimentare.

Questi numeri eminenti sono vite umane che convivono da anni in uno stato di costante vulnerabilità, figlia dell’instabilità politica, sociale, delle violenze derivanti dai continui conflitti interni. In Nigeria si muore di fame così come di malattie virali. Gli stati del Borno, Adamawa e Yobe hanno registrato casi di COVID-19 anche nei campi di sfollati interni, persone che sono fuggite dai propri territori di origine per cercare una ripartenza altrove.

INTERSOS queste persone le conosce bene, è presente in Nigeria dall’inizio del 2016 con un intervento mirato proprio nello Stato del Borno, in quei campi di emergenza per sfollati dove da anni si batte per la lotta alla malnutrizione e la sicurezza alimentare, soprattutto infantile, con la distribuzione di cibo. 

Il Borno oggi è il quinto stato più colpito della Nigeria. Il COVID-19 sta mettendo a dura prova anche gli interventi umanitari, complicando le esigenze di bisogno nel pieno del lockdown, con le restrizioni e blocchi di movimento che indirettamente richiedono un adattamento delle azioni sul campo. 

Il team INTERSOS Nigeria si è reso immediatamente operativo installando delle strutture idriche per il lavaggio delle mani, adibendo rifugi per la quarantena e avviando training informativi sulla natura del virus, sensibilizzando le persone sull’importanza del distanziamento fisico.

“Chi vive in quei luoghi è ancora più esposto al contagio”, racconta Gerard van Mourik, project manager INTERSOS Nigeria. “Il sovraffollamento è un grande elemento di rischio e noi di INTERSOS stiamo intervenendo anche su questo trasferendo 145 famiglie dal centro di accoglienza di Banki in una nuova struttura, non appena sarà terminata la barriera di sicurezza”.

La densità di popolazione è indubbiamente uno dei fattori più incisivi sulla possibilità che il COVID-19 si diffonda facilmente. A questo, in Nigeria, si aggiunge anche la fragile assistenza sanitaria statale che non potrebbe mai far fronte ad eventuali numeri elevati di terapie intensive per affetti da coronavirus. 

Anche per questo il governo sta cercando di intervenire. Ha adibito tre centri di trattamento e isolamento per persone affette da COVID-19; un totale di 142 posti letto, sette divisioni di centri di isolamento e un laboratorio medico di riferimento a Maiduguri.

“Da quando è iniziata l’emergenza abbiamo affiancato diverse agenzie delle Nazioni Unite – l’UNDP nella estensione dei campi, l’OMS attraverso lo screening medico e l’UNHCR con la gestione e il coordinamento dei campi – Il nostro dovere è garantire alle persone un adeguato riparo, acqua, cibo, assistenza medica e supporto psicosociale. Anche, e soprattutto, in un periodo storico come questo”, dice Gerard.

La situazione della sicurezza all’interno e intorno allo stato del Borno continua ad essere preoccupante e sotto osservazione. La presenza sul territorio dei gruppi armati prosegue complicando il lavoro dell’umanitario, che però non si arresta. Gli operatori sul campo che si occupano di protezione e violenza di genere (GBV), si sono impegnati nel portare avanti il loro lavoro, il loro percorso che coinvolge coloro che hanno subito violenze psicofisiche e che non possono essere abbandonate per via della pandemia in corso. Questo perché la brutalità non conosce restrizioni e ancora oggi si registrano casi di stupro e di violenza domestica

INTERSOS conosce quei numeri perché sono prima di tutto persone. Ne conosce anche altri come i 10.857 sfollati interni, tra cui 5449 donne e 4908 uomini, che hanno preso parte a varie sessioni di sensibilizzazione sul virus, ad un percorso di consapevolezza, informazione, prevenzione. Nessuno può rimanere indietro.

 

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