È appena rientrato da Palu, Marcelo Garcia dalla Costa, Responsabile della Emergency Unit di INTERSOS, con poche ore di sonno alle spalle per giorni e giorni e il jetlag ancora da smaltire. Dopo averlo raggiunto con difficoltà solo tramite whatsapp per settimane, vogliamo sentire dalla sua viva voce la sua esperienza sul campo di questo ultimo mese.

Come è la situazione adesso in Indonesia?

Il nostro staff in collaborazione con la IBU foundation, nostro partner locale, ha allestito 3 cliniche mobili che effettuano ogni giorno mediamente 45 consultazioni mediche. Secondo le stime del ministero della salute indonesiano, entro fine dicembre sarà in grado di gestire la situazione creata dal terremoto e dal successivo tsunami con risorse proprie per cui a quel punto potremo lasciare le consegne agli operatori locali. Ovviamente le conseguenze psicologiche del trauma sulla popolazione avranno bisogno di molto più tempo per essere assorbite ma noi assicureremo tutta la formazione e l’affiancamento necessari a chi rimarrà.

Ma ritorniamo a quel terribile 28 settembre, quando un terremoto di magnitudo 7.3 è stato registrato alle ore 12.02 italiane (ore 18.02 locali) con epicentro nell’isola di Sulawesi.

Il terremoto ha causato uno tsunami con onde di sei metri di altezza che hanno spazzato via le case situate nella zona costiera di Palu, ed in tutti i villaggi che sorgevano nelle coste del distretto di Donggala. Dalle notizie raccolte e da una prima valutazione della situazione abbiamo capito che dietro alla stima ufficiale di un numero di un migliaio di morti ufficiali nelle prima 24 ore si nascondeva una situazione molto più grave, visto che molte zone erano irraggiungibili, e abbiamo avviato tutte le nostre procedure interne per essere pronti a partire non appena il governo indonesiano avesse rivolto un appello a ricevere aiuti internazionali. Cosa che è avvenuta lunedì 1 ottobre. La sera eravamo in aeroporto e il 2 ottobre siamo arrivati a Giacarta per raccogliere il materiale da spedire a Palu in modo da organizzare le cliniche mobili per la prima assistenza medica delle persone in condizioni di bisogno.

Che situazione avete trovato quando siete arrivati a Palu?

Le costruzioni lungo la costa erano state spazzate via e tutto intorno c’erano solo macerie e detriti. Le persone che avevano perso le proprie abitazioni erano state radunate dall’Agenzia Nazionale per le Catastrofi (ANC) in aree protette in cui erano stata installate tende e centralizzati alcuni servizi di base non sufficienti per tutta la popolazione alla quale mancavano elettricità, carburante, acqua potabile e cibo.

Dopo aver valutato insieme al partner locale, IBU foundation, e alle altre ONG locali che tre dei distretti più pesantemente colpiti – il distretto di Sigi, zona interna a Sud di Palu devastata dal terremoto, quello di Donggala sulla costa a nord est di Palu, pesantemente colpito dallo tsunami e Sibalaya Utala – ancora erano totalmente isolati dagli aiuti, abbiamo fatto in modo di organizzare delle cliniche mobili che portassero immediatamente personale e medicinali per dare assistenza medica primaria dove c’era maggiore necessità. Tantissime le consultazioni effettuate ogni giorno: malattie del sistema respiratorio e diarrea le patologie più frequentemente riscontrate. La carenza di cibo e le cattive condizioni igieniche all’inizio ci hanno molto preoccupati per il possibile impatto sul deteriorarsi della salute delle persone, con il rischio del diffondersi di epidemie, che per fortuna siamo riusciti ad evitare.

Cosa ti ha colpito in particolare di questa esperienza in Indonesia?

La grande paura delle persone e quel senso di vulnerabilità che era rimasto in loro anche diversi giorni dopo la fine delle scosse. Allo stesso tempo sono rimasto impressionato dalla proattività che le persone colpite dalla catastrofe hanno dimostrato per cercare di ritornare ad una vita normale dandosi subito da fare per ricostruire quanto perduto.